Pe' cient'anne: cento anni di Napoli, il romanzo azzurro di una città senza tempo
Dal 1926 al 2026 è passata un'eternità. Eppure il Napoli è rimasto fedele a sé stesso: mai una semplice squadra di calcio. Piuttosto uno stato d'animo.
Cento anni non si festeggiano. Si attraversano. Perché cento anni non sono una ricorrenza, sono un'eredità. Sono i racconti dei nonni, le radioline all'orecchio, le lacrime di chi ha visto il Napoli cadere e rialzarsi, le mani al cielo dopo un gol, gli abbracci tra sconosciuti che, per novanta minuti, diventano fratelli.
Pe' cient'anne: cento anni di Napoli, il romanzo azzurro di una città senza tempo
Per decenni il Napoli è stato raccontato attraverso una lente precisa: quella dell'eccezione, dell'eterna outsider, della squadra capace di vincere soltanto grazie al più straordinario dei fuoriclasse. Diego Armando Maradona era l'interprete perfetto di quel racconto. Nato nei quartieri popolari di Buenos Aires, arrivato in quella che allora veniva considerata la periferia del calcio italiano, il fuoriclasse argentino incarnava il riscatto degli ultimi e rendeva il Napoli il simbolo romantico di una ribellione sportiva.
Oggi, però, quella rappresentazione non basta più. Il Napoli ha dimostrato di poter costruire una storia vincente anche oltre Maradona. Gli scudetti conquistati negli ultimi anni hanno segnato il passaggio da eccezione a protagonista stabile del calcio italiano, modificando profondamente la percezione del club senza cancellarne l'identità.
È proprio qui che emerge il paradosso del Centenario. Il Napoli è chiamato a custodire la propria memoria senza restarne prigioniero.
"Pe' cient'anne" non è uno slogan. È un augurio antico, scelto dal club per celebrare il Centenario. È il modo napoletano di dire: "Che possa durare per sempre".
Dal 1926 al 2026 è passata un'eternità. Eppure il Napoli è rimasto fedele a sé stesso: mai una semplice squadra di calcio. Piuttosto uno stato d'animo.
È nato tra le macerie di un Paese che cercava la propria identità, ha conosciuto presidenti visionari e stagioni difficili, da Giorgio Ascarelli a Corrado Ferlaino, fino ad Aurelio De Laurentiis, l'uomo che raccolse un fallimento e lo trasformò in una delle società più solide e rispettate d'Europa, riportando il Napoli dove la sua storia pretendeva che fosse.
E poi i volti.
Attila Sallustro, il primo idolo.
Jeppson, Vinicio, Altafini.
Juliano, il capitano dell'anima.
José Altafini, Omar Sívori, Dino Zoff.
Antonio Juliano che costruiva calcio come un architetto.
Bruscolotti, palo 'e fierro, il capitano senza fascia.
Careca, Giordano, Ferrara.
Poi arrivò Lui.
Diego Armando Maradona.
Non il più grande della storia del Napoli.
Il Napoli della storia.
Con lui la città smise di chiedere il permesso ai potenti del calcio e iniziò a scrivere il proprio destino. Gli Scudetti, la Coppa UEFA, la dignità di un popolo che attraverso un pallone trovò finalmente la propria rivincita.
Dopo Diego sembrava impossibile tornare lassù.
Invece il Napoli ha continuato a credere.
Hamsik, il capitano silenzioso.
Lavezzi, Cavani, Higuaín, Callejon, Reina, Albiol.
Mertens, il miglior marcatore di sempre.
Insigne, simbolo di una città.
Koulibaly, Cannavaro, Lavezzi, Osimhen, Kvaratskhelia.
McTominay con la sua forza scozzese.
E oggi Kevin De Bruyne, uno dei centrocampisti più straordinari della sua generazione, approdato all'ombra del Vesuvio quasi a certificare che ciò che un tempo sembrava un sogno, oggi è realtà.
Anche gli allenatori hanno lasciato la loro impronta.
Bruno Pesaola, il Petisso.
Luis Vinicio, che inventò un calcio moderno prima degli altri.
Ottavio Bianchi, il condottiero del primo Scudetto.
Marcello Lippi.
Walter Mazzarri.
Rafa Benítez.
Maurizio Sarri, che trasformò il gioco in un'opera d'arte.
Carlo Ancelotti.
Luciano Spalletti, l'uomo del terzo Scudetto.
Antonio Conte, che ha riportato il Napoli sul tetto d'Italia nella stagione precedente.
E oggi Massimiliano Allegri, chiamato a scrivere il primo capitolo del secondo secolo azzurro.
Tra le figure che hanno contribuito a costruire l'identità della SSC Napoli merita un posto speciale Carlo Iuliano, indimenticato addetto stampa del club e giornalista di straordinaria sensibilità. Per anni è stato il volto e la voce della comunicazione azzurra, raccontando il Napoli con passione, discrezione e autorevolezza. Amico sincero di Diego Armando Maradona, ne seppe comprendere il lato umano prima ancora di quello sportivo, diventando un punto di riferimento anche nei momenti più delicati della sua avventura partenopea. Iuliano non fu soltanto un professionista esemplare, ma un autentico custode dello spirito del Napoli, capace di tramandarne valori, emozioni e memoria. Ricordarlo nel Centenario significa rendere omaggio a un uomo che, lontano dai riflettori, contribuì a scrivere una parte importante della storia azzurra con il garbo delle parole e la forza del silenzio.
Dunque, il Napoli non si racconta soltanto con i trofei.
Si racconta con Eduardo, quando scriveva che gli esami non finiscono mai. Essere napoletani significa proprio questo: ricominciare sempre.
Con Massimo Troisi, che riusciva a far sorridere anche quando gli occhi erano pieni di malinconia. Perché Napoli ride persino mentre soffre.
Con Pino Daniele, che trasformò il blues in dialetto, proprio come il Napoli ha trasformato una città in una lingua universale. Napule è mille culure, e l'azzurro è quello che li contiene tutti.
E forse aveva ragione Albert Camus quando scriveva che tutto quello che sapeva della morale e degli obblighi degli uomini lo aveva imparato giocando a calcio.
Perché il Napoli, in fondo, è una lezione di filosofia.
Nietzsche parlava dell'eterno ritorno: tutto ciò che ami davvero merita di essere vissuto infinite volte.
E un tifoso del Napoli firmerebbe senza leggere.
Rivivrebbe le retrocessioni.
I fallimenti.
Le promozioni.
Le domeniche al San Paolo.
Le notti del Maradona.
I gol di Diego.
Le lacrime per Diego.
Gli Scudetti.
Le attese.
Perché amare il Napoli non è scegliere la felicità. È scegliere l'appartenenza.
Cento anni dopo, il Napoli continua a fare ciò che ha sempre fatto: unire generazioni che non si sono mai conosciute.
Un nonno del 1926. Un padre del 1987. Un bambino del 2026.
Tre epoche diverse. Un solo cuore.
Perché le squadre vincono, perdono, cambiano. Il Napoli, invece, resta.
Pe' cient'anne. E pe' n'atu ciento ancora.
ANDREA FIORENTINO
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