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domenica 9 agosto 2026 Calcio · Napoli · Serie A
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Maradona e Baresi, l'ultimo duello dei giganti: quando il calcio parlava la lingua del rispetto

Al termine di un Napoli-Milan, Diego rientrò nella pancia dello stadio (che oggi porta il suo nome) con la maglia numero 6 di Baresi. Non era un caso. Era un omaggio: "Franco è un grandissimo, è il migliore che ci sia. Mi porterò questo ricordo per tutta la vita". Ora saranno in cielo a…

Maradona e Baresi, l'ultimo duello dei giganti: quando il calcio parlava la lingua del rispetto
Al termine di un Napoli-Milan, Diego rientrò nella pancia dello stadio (che oggi porta il suo nome) con la maglia numero 6 di Baresi. Non era un caso. Era un omaggio: "Franco è un grandissimo, è il migliore che ci sia. Mi porterò questo ricordo per tutta la vita". Ora saranno in cielo a divertirsi...

Maradona e Baresi, l'ultimo duello dei giganti: quando il calcio parlava la lingua del rispetto

Ci sono molti aneddoti per raccontare la carriera e il mito di Franco Baresi, ma c'è un'immagine che, probabilmente più di ogni altre, spiega la grandezza dell'ex capitano del Milan e della Nazionale: la foto di Diego Armando Maradona, di spalle, con indosso la maglia rossonera numero 6 al termine del match del 1 ottobre 1989 vinto per 3-0 dal Napoli sul Milan Ci sono rivalità che dividono. E poi ce ne sono altre che uniscono per sempre. Diego Armando Maradona e Franco Baresi erano, sono e saranno l'emblema di ciò che di bello c'è in questo sport. Si sono affrontati decine di volte, si sono studiati, cercati, sfidati come fanno i più grandi. Ma non hanno mai smesso di riconoscersi. Per questo le parole che Diego dedicò a Franco sono oggi una delle più belle dichiarazioni d'amore mai pronunciate da un campione nei confronti del suo avversario. Non parlò del difensore che gli aveva reso la vita difficile. Parlò dell'uomo che aveva imparato a rispettare. Ricordò il loro primo incrocio, quel pallone strappato con una naturalezza quasi disarmante e quella frase pronunciata da Baresi ai compagni: "Si fa così... Ora ci penso io." Poche parole, nessuna esibizione. Era il linguaggio silenzioso dei leader veri, quelli che non hanno bisogno di alzare la voce perché è il campo a parlare per loro. Maradona raccontava anche un dettaglio che oggi sembra appartenere a un altro calcio. Diceva che Franco lo marcava duro, come era inevitabile fare contro uno come lui. Ma aggiungeva sempre la stessa cosa: non c'era cattiveria. Ogni contrasto finiva con una mano tesa per rialzarlo. E quando qualcuno oltrepassava il limite, era proprio Baresi a richiamarlo. Perché si poteva essere spietati nella competizione senza smarrire il rispetto. Era un calcio diverso. Non migliore perché apparteneva al passato, ma perché conservava ancora il senso della misura. Le maglie si tiravano, gli stinchi si colpivano, gli occhi si cercavano. Poi arrivava il fischio finale e restava la stima. Oggi, invece, spesso basta un post sui social per trasformare un avversario in un nemico. Chi ha avuto il privilegio di vivere gli anni Ottanta e Novanta sa che Napoli-Milan non era semplicemente la partita più attesa del campionato. Era un pezzo d'Italia che si fermava. Era il racconto di due mondi, di due filosofie calcistiche, di due città che trovavano nel pallone il loro linguaggio universale. Da una parte il Napoli di Maradona, Careca, Giordano, Ferrara e, negli ultimi anni, di Gianfranco Zola. Dall'altra il Milan degli Invincibili di Sacchi e Capello, con Maldini, Tassotti, Costacurta, Rijkaard, Gullit, Van Basten e il suo capitano, Franco Baresi. E ogni volta il tempo sembrava rallentare. Perché tutti aspettavano quel momento. Diego contro Franco. La fantasia contro la geometria. L'improvvisazione contro la perfezione. L'uomo che sembrava sfidare le leggi della fisica contro quello che sembrava conoscere il futuro un secondo prima degli altri. Maradona danzava. Baresi anticipava. Uno inventava calcio. L'altro lo prevedeva. Sono pochi, nella storia di questo sport, i difensori che hanno ricevuto da Diego un riconoscimento così alto. Maradona disse che Baresi era uno dei pochissimi capaci di guidare un'intera linea difensiva, di insegnare ai compagni dove stare, quando salire, quando aspettare. Non era soltanto un marcatore. Era un direttore d'orchestra senza bacchetta. Ed è forse questo il complimento più grande che un numero dieci possa rivolgere a un numero sei. Perché i fuoriclasse riconoscono i fuoriclasse. Sempre. Anche quando appartengono alla squadra avversaria. Anche quando impediscono loro di vincere. Oggi che Franco Baresi ha raggiunto Diego, viene naturale immaginare che quella partita non sia mai davvero finita. Li vedo ancora. Un prato perfetto. Nessun tabellone. Nessun arbitro. Nessun risultato da difendere. Solo un pallone. Diego lo accarezza con il sinistro. Franco aspetta. Non entra mai prima del tempo, perché ha sempre saputo che il calcio è soprattutto pazienza. Si guardano. Si sorridono. E ricominciano. Forse è questa l'immagine più bella da conservare. Perché il Paradiso, se davvero esiste un Paradiso del calcio, non può che avere il rumore di un pallone che rotola sull'erba e due campioni che continuano a sfidarsi senza bisogno di vincere. Noi restiamo qui, con la nostalgia di un tempo che non tornerà e con il privilegio di averlo vissuto. Un tempo in cui il rispetto non era una parola da pronunciare davanti a un microfono, ma un gesto spontaneo. Una mano tesa dopo un contrasto. Uno sguardo d'intesa. Un complimento sincero. Oggi il calcio ha perso uno dei suoi capitani più eleganti. Ma, in fondo, non li ha mai persi davvero. Perché gli uomini come Diego Armando Maradona e Franco Baresi continuano a giocare ogni volta che qualcuno ricorda che il talento è un dono, mentre il rispetto è una scelta. Ed è questa scelta, più di ogni coppa alzata al cielo, che rende immortali. ANDREA FIORENTINO
Andrea Fiorentino · Redattore