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domenica 16 agosto 2026 Calcio · Napoli · Serie A
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Immobile e la lettera di addio: "Gli scarpini li appoggio su un cuscino. Nessuno sia triste per me"

Dal calcio di Torre Annunziata alla consacrazione internazionale, il suo ultimo messaggio è soprattutto un invito a ricordare il viaggio, non la fine.

Immobile e la lettera di addio: "Gli scarpini li appoggio su un cuscino. Nessuno sia triste per me"

Ciro Immobile saluta il calcio giocato senza malinconia. Lo fa con una lettera che sembra più un abbraccio alla propria carriera che un addio, scegliendo di non trasformare l'ultima pagina in un momento di tristezza. L'attaccante ha deciso di fermarsi perché sente che è arrivato il momento di farlo, ma lo racconta con la serenità di chi guarda indietro e riconosce di aver realizzato un sogno.

"Non voglio rimanere solo", scrive Immobile, spiegando di avere bisogno di raccogliere i pensieri prima che diventino ricordi. Anche il modo di dire "appendere gli scarpini al chiodo" non gli appartiene. Per lui quelle scarpe non meritano di essere appese, ma "appoggiate con delicatezza, su un cuscino molto morbido": sono state lo strumento attraverso il quale ha raggiunto luoghi che, da bambino, poteva soltanto immaginare.

Il viaggio comincia a Torre Annunziata, nei campetti sotto casa, con la prima maglia del Torre Annunziata ’88. La numero 20, perché la 9 era stata rubata. Un dettaglio piccolo, quasi casuale, che nella memoria di Immobile assume il sapore di un primo segnale. Da lì parte una carriera che lo avrebbe portato molto lontano, fino a Parigi. "Torre Annunziata-Parigi è stato il mio viaggio perfetto", racconta, sintetizzando in una frase la distanza percorsa non soltanto geograficamente, ma soprattutto umanamente.

Da bambino aveva un idolo preciso: Alessandro Del Piero. E il destino gli ha regalato una coincidenza difficile da dimenticare. Immobile ha raccontato di aver esordito con la Juventus proprio al posto del campione che aveva sognato di imitare, sia in Serie A sia in Champions League. Prima, però, c'era stata la gavetta, iniziata con il Sorrento e proseguita attraverso numerose esperienze che hanno costruito il calciatore e l'uomo.

Siena, Pescara, Grosseto, Genoa, Torino, Borussia Dortmund, Siviglia, Lazio, Besiktas, Bologna e Paris FC sono diventati capitoli differenti della stessa storia. In mezzo, allenatori e compagni di viaggio che Immobile considera parte integrante della propria crescita. Ciascuno, a suo modo, ha lasciato qualcosa: Cioffi, Conte, Serena, Zeman, De Canio, Ventura, Klopp, Emery, Inzaghi, Sarri, van Bronckhorst e Italiano.

Il capitolo più luminoso con la Nazionale porta invece il nome di Roberto Mancini. Con lui Immobile ha conquistato il titolo di Campione d'Europa, entrando definitivamente nella storia del calcio italiano. Ma la sua carriera è stata soprattutto una lunga collezione di numeri e riconoscimenti che hanno accompagnato una trasformazione cominciata da giovanissimo.

Quattro volte capocannoniere della Serie A e vincitore della Scarpa d'Oro, Immobile ha scelto di fermarsi perché non si riconosce più completamente nel giocatore che era. Il fisico, spiega, ha presentato il conto e continuare significherebbe rischiare di non essere più il Ciro che ha conosciuto il pubblico. Per questo ha preferito scegliere lui il momento dell'addio.

Non c'è però spazio per il rimpianto. Accanto a lui, nel momento della decisione, ci sono state le persone più importanti della sua vita: la moglie Jessica, i figli Michela, Giorgia, Mattia e Andrea, i genitori Antonio e Michela, il fratello Luigi e i suoi agenti Alessandro Moggi e Marco Sommella. È a loro che rivolge parte dei suoi ringraziamenti, prima di lasciare il campo.

E così l'ultima frase diventa anche quella più significativa: "Nessuno sia triste per me, perché io sono molto felice". Immobile non considera il ritiro una sconfitta, ma la conclusione naturale di un percorso che gli ha permesso di vivere il sogno fino in fondo. Il pallone si ferma, gli scarpini cambiano posto, ma la strada percorsa da Torre Annunziata alla vetta del calcio europeo resta tutta lì, intatta, dentro una storia che non ha bisogno di un altro capitolo per essere completa.

Andrea Fiorentino · Redattore